LE SANE ABITUDINI

LE SANE ABITUDINI

Tempo di fine estate e di riflessioni sulle vacanze.
Noi quest’anno siamo andati molto molto lontano con l’aereo e abbiamo lasciato Golem in una pensione di fiducia dove sta volentieri ed è stato soprannominato “polpetta” giusto per sottolinearne la vivacità ed esuberanza! Il commento che fanno più frequentemente è “come non averlo” perché risulta silenzioso e pacato, a differenza degli altri ospiti che sono un po’ più primedonne 🙂

Le mie riflessioni sono partite quando ancora eravamo via e dopo una settimana dall’altra parte del mondo in un contesto totalmente differente dal nostro, abbiamo cominciato a lasciar andare i punti fermi che delimitano l’identità, come il lavoro, la casa, le relazioni significative e le abitudini quotidiane.
In un primo momento abbiamo sentito un senso di piccolo smarrimento, quella piacevole vertigine che ti permette di staccare la testa da una routine, sensazione auspicabile in ogni vacanza.
Poi però ci siamo interrogati su quanto – nonostante cerchiamo, anche attraverso il viaggio, di fuggirle – siano importanti le abitudini che ci definiscono, perché dopo due settimane di assenza di punti fermi, sotto sotto, la voglia di casa si faceva sentire.

Così ho pensato subito al nostro Golemino, sul quale spesso (adesso) sorridiamo perché fin da subito ha dimostrato di essere terribilmente abitudinario, fin nelle cose più piccole di ogni giorno. Ma i cani sono abitudinari, direte voi! Ed è vero, però fin dall’inizio fra me e lui è stato un vero braccio di ferro, mi sono conquistata letteralmente ogni metro di percorso che deviava dal circuito abituale. Quando ci provavo si bloccava e si impuntava come un mulo, mi impediva a volte anche semplicemente di cambiare marciapiede, pur andando nella stessa direzione, obbligandomi più di una volta a doverlo prendere di peso per spostarlo di mezzo alle strisce pedonali di una carreggiata.
Lui è sempre venuto al lavoro con me, quindi quando uscivamo in pausa pranzo dovevo calcolare un ipotetico lasso di tempo da dedicargli nel caso avesse fatto il somarello, (ma che permettesse di rispettare anche i miei orari!)
Quello che mi ha aiutata nel cominciare magicamente a comunicare con lui è stato il ricordarmi che si, non dobbiamo umanizzare i cani, ma che nel vissuto del trauma, che interessa biologicamente le aree del cervello più arcaiche, siamo noi umani a essere più simili agli animali di quanto crediamo.
Nel mio lavoro aiuto ogni giorno le persone a superare i loro shock, rispettando i tempi e modi un piccolo passo alla volta, perché quando siamo stati feriti abbiamo bisogno di ricostruire da zero le nostre capacità emotive anche di base.
Il trauma, qualunque sia, sconvolge le certezze che fino ad allora avevano improntato la nostra vita. Non si può pretendere di ricostruire sulle macerie, bisogna fondare o rifondare le certezze che danno sicurezza.
Occorre ricostruire una base sicura, che poi permetterà di essere capaci di nuovo di affrontare anche altri eventi imprevisti o dolorosi.
Così come negli esseri umani la paura genera un blocco (pensiamo all’attacco di panico) lo stesso è per l’animale, quindi Golem nel suo fare il somarello stava cercando di esprimermi che per lui anche solo cambiare un metro di percorso era “troppo”.
Da quel momento ho cominciato a rendere “solido” il percorso che facevamo.
Abbiamo ripetuto gli stessi giretti infinite volte, ma ogni volta provava ad esplorare un pezzettino in più, e io assecondavo il suo naso, piuttosto che la mia volontà.
Lo stesso ogni volta che c’era da salire in macchina: d’altra parte che ne sapeva lui che non lo avrei portato in un posto peggiore del morbido cuscino in cui si trovava in quel momento?

Insomma, abbiamo costruito insieme da zero delle sane abitudini che giorno dopo giorno gli hanno dato sempre più sicurezza.
Nel frattempo si è formato anche il rapporto di fiducia fra me e lui, che gli ha permesso a un certo punto di sentire che quello che gli proponevo era qualcosa che non sarebbe stato pericoloso.
Proprio perché il cane è molto abitudinario, ho immaginato che anche nella sua “vita precedente” avesse avuto delle consuetudini che scandivano le giornate, ma come in tutti i traumatizzati, ciò che fa la differenza è il “clima” in cui avviene una routine.
Ad esempio, anche per un umano abusato, essere picchiato da chi si prende cura di lui è sempre meglio che non avere alcuna attenzione o punto di riferimento. Un bisogno fondamentale dei mammiferi è stare in relazione, dunque – soprattutto all’inizio della vita, quando non si hanno esperienze alternative – si accetta un comportamento dannoso piuttosto che niente.
I nostri levrieri vengono da una vita di sfruttamento e deprivazione, sono impauriti e a volte terrorizzati, ma conoscono solo quello, devono imparare da zero cosa significhi una attenzione amorevole o una passeggiata salutare.
Una volta che la conquistano è normale che non vogliano modificare di una virgola quel benessere raggiunto.

Ancora oggi le situazioni completamente nuove o caotiche fanno entrare in allarme Golem, ma sempre di più sta acquisendo sicurezza nella loro gestione, a volte gli basta “sentire” che io sono tranquilla e mi segue sereno.
Adesso accetta con gioia e spirito di esplorazione i cambiamenti di percorso o i luoghi sconosciuti, l’anno scorso ha visitato con noi mezza Europa in auto, salendo su tram, metropolitane, familiarizzando con persone ignote che all’inizio avrebbe fuggito anche se solo lo avessero apostrofato con un “che carino”.
Chi non lo vede da un po’ di tempo ogni volta si stupisce di come sia sempre più coraggioso e accogliente, e speriamo che lo diventi sempre di più.

Ormai per sorridere abbiamo stilato il decalogo delle certezze di Golem:
1) Le tradizioni vanno rispettate. Ovvero ogni luogo conosciuto ha il suo posto esatto per fare la cacca (in quel centimetro quadrato, non di più non di meno) anche se è passato molto tempo dall’ultima volta.
2) Repetita iuvant. Ovvero se una strategia di accattonaggio cibo ha funzionato una volta tu ripetila all’infinito e prima o poi cederanno (ricorda che il cavallo di battaglia resta sempre appoggiare il muso con aria sconsolata sulla coscia del commensale).
3) Curiosity killed the cat. Ovvero se hai visto un gatto in quel punto guardaci sempre che non si sa mai (anche tu umano, così previeni lo scatto fulmineo che ti porterà via il braccio)
4) Nel dubbio, dormi. Ovvero ogni luogo è buono per fare un sonnellino, anche se ti hanno sistemato per uscire e ci mettono più di tre minuti a prepararsi, non perdere tempo ad attenderli sulla porta, torna sul divano e schiaccia un pisolino. Se non puoi dormire, almeno siediti e mettiti comodo.
5) Diffida dei cuccioli umani. Anche di quelli con la faccia d’angelo, possono fare un movimento improvviso o un urlo imprevisto che ti spaventerà a morte.
6) Abbaia per primo ai volpini o simili. Loro sanno il perché. (questa abitudine è ancora in fase di studio e analisi. Mentre ignora qualsiasi cane che non sia levriero, i cagnolini di questo tipo riscuotono tutta la sua antipatia da sempre).

Cito fra le certezze acquisite anche certe idiosincrasie tutte umane della sottoscritta che sono diventate abitudini anche per il mio (povero) cane:

7) Dopo che avrai adempiuto alle tradizioni del punto 1, sicuramente tirerà fuori dalla borsa un ridicolo ossetto di plastica pieno di sacchettini colorati – spesso in tinta con il collare o guinzaglio – con cui raccoglierà tutto e accompagnerà con l’esclamazione “bravo!” (di cosa poi lo sa solo lei).
8) Se vedi una scritta Zara, prova a depistare l’umana inscenando una voglia improvvisa di fare pipì, ma non ci riuscirai, ti porterà dentro e anche se ci siete già stati di recente dovrai attendere con pazienza il giro del negozio e anche la prova camerino. Sii stoico e applica la regola n.4
9) Discende dalla passione del punto 8 anche il fatto che in inverno se vuoi ripararti dal freddo dovrai indossare cappottini, impermeabili e maglioncini dolcevita scovati su siti internet apposta per te. Sforzati di indossarli con dignità e stile, sei pur sempre un levriero.
10) Le vocine sceme e mielose con cui si rivolge a te, sono il segnale inequivocabile che ti ama e ti amerà, per tutta la vita.

Virginia e Golem

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3 commenti

  1. Meravigliosa questa riflessione del vostro rapporto 😍

  2. Io ho adottato Chamuel da poco,circa un mese e 1/2, quindi abbiamo tanta strada da fare insieme x conoscerci.
    Certo é, che si é molto attaccato a me,tanto da rendere un po’difficoltose le mie uscite senza di lui…….
    E poi,tira come un ossesso,qualche volta va meglio,altre no, come ieri x esempio.E la passeggiata diventa quasi un incubo…..x me è x lui…….
    Bellissimo e divertente questo articolo “le sane abitudini” – mi ci ritrovo molto……
    Io parlo tanto con Chamuel…..e lui mi guarda continuamente….
    Ma quando usciamo……..il mondo che lo circonda ha un’attrattiva superiore alle mie parole,al mio sguardo!!
    Sta imparando tante cose nuove,devo dargli tempo.
    É un tenero cucciolone!!

  3. ANGIOLINA Galeazzi

    Grazie a Virginia e Golem per questa lettera delicata e commovente. Vorrei solo aggiungere che il nostro levriero adottato quando arriva in casa ha anche l’ostacolo di una lingua diversa da imparare. Non é cosa da poco. Anche volendo ubbidire o capirci l’ostacolo é notevole. Comandi o apprezzamenti o divieti sono diversi da quelli che venivano usati nella sua vita precedente. Potrà sembrare un commento scontato o di poco conto , ma provate ad immedesimarvi se volete .A volte noi facciamo discorsi lunghi e l’unica cosa che il levriero potrà cogliere all’inizio é solo il tono della voce. Io ho cominciato con poche parole chiave , sempre quelle e sono andata bene. Molti bravo, pochi NO , qualche ATTENTO, ecc… Spero di essere stata utile a qualcuno con la mia riflessione. Un saluto a tutti da Lina e Mark

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