Elisa – Centro Volontariato FBM

Sono partita senza pensare troppo a cosa sarebbe successo una volta arrivata in Fundación. Più di qualcuno mi aveva chiesto insistentemente se fossi pronta alla “botta emotiva”, ma non mi interessava pensarci.
Arrivi e all’inizio sembra facile: entri in una bolla, ti sembra di essere scollegata dalla realtà. Esistete tu, i tuoi compagni di viaggio, la “familia” della Fundación e, ovviamente, i cani. Ma sono “solo” cani, tanti, maschi, femmine, adulti, cuccioli, galgos, meticci, di altre razze, silenziosi, abbaioni, grandi, piccoli… ma comunque cani. Sono lì, appartengono a quel luogo che esiste da prima di te e che continuerà ad esistere invariato anche dopo che sarai tornato a casa.
E tu sei lì per svolgere dei compiti.
Poi inizi a passare tra le gabbie: ti vengono assegnati i tuoi primi incarichi, inizi a conoscere qualcuno di quei cani, ad entrarci in contatto più da vicino.
Rapidamente cominci anche a conoscere le dinamiche del rifugio, così come ti accorgi che sai già chi arriverà a salutarti quando passi davanti alle gabbie, chi si nasconderà, chi inizierà ad abbaiare o magari a piangere. Sì, perché ci sono galgos che si arrampicano sul box per farsi notare e riuscire a rubarti una carezza, altri che si avvicinano più composti, altri ancora che quando passi si schiacciano nell’angolo più lontano, terrorizzati e tremanti.
Passa il tempo e cominci a conoscerli per nome, diventano familiari, diventano “tuoi”.
Contemporaneamente, vedi i galgueros che vengono in Fundación a scaricare i loro scarti, vedi arrivare cani recuperati dalle perreras o dalla strada, magari riesci anche ad andare a vedere i luoghi in cui solitamente cacciano. Vedi i cani di persone comuni, che arrivano per farli visitare in clinica o a lasciarli in hotel per qualche giorno. Ma vedi anche le migliaia di cicatrici sui cani del rifugio: marchi a fuoco, segni di morsi, di botte, di tagli, di cappi, fratture, ossa rotte e slogature. Per non parlare delle cicatrici che non puoi vedere, se non attraverso il terrore che hanno negli occhi. Ognuno ha una storia da raccontare, un dettaglio da aggiungere al puzzle che ti stai costruendo.
Ma, ancora, corri a prendere il cane, accompagnalo alla valutazione, riportalo in box. Falli uscire a sgambare, riportali dentro. Passa a pulire. Ti muovi e non pensi.
Continui a resistere, anche se già qualche crepa nella tua maschera di distacco e iperattività comincia a crearsi.
Arrivi al penultimo giorno, poi all’ultimo.
Inizi a pensare che quei cani, i “tuoi” cani, ti mancheranno una volta tornato a casa. Ti chiedi se anche tu mancherai a loro. Se fermandoti ad accarezzarli, se portandoli a sgambare o a fare una passeggiata gli hai fatto del bene, o li hai fatti affezionare per poi abbandonarli anche tu. Le crepe diventano man mano più profonde.
E poi il colpo di grazia te lo dà una topetta di 10 mesi arrampicata sul muretto del suo box per riuscire a vederti, che ti chiama abbaiando perché ti ha vista passare da lontano e non sei andata a salutarla. Che quando ti avvicini infila il muso tra le grate e lo abbandona dentro la tua mano. Per me è stata lei, per altri un test gatti andato male. Per tutti, comunque, ad un certo punto e per le scintille più svariate, tutte le difese sono crollate.
Torni a casa e riabituarsi è difficile, non riesci ad addormentarti perché non sei più abituato al silenzio.
Accarezzi i tuoi cani e ti sorprendi di quanto siano morbidi.
Li guardi negli occhi e ti vengono in mente tutti quelli che hai lasciato laggiù. Quelli che hai conosciuto da vicino, quelli che hai incrociato, quelli che ti stavano simpatici e quelli che non tanto. Quelli sbruffoni, quelli miti, quelli terrorizzati. Tutti con un disperato bisogno d’amore e di riscatto.
Ci ripensi, e continui a dirti che prima o poi dovrà arrivare una fine a tutto questo.
E decidi di spenderti in tutti i modi possibili per arrivarci, perché la questione non è solo cercare di salvare tutti: è fare in modo che nessuno abbia bisogno di essere salvato. Mai più.

Aiutali. Aiutaci. Adotta.

 

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